Orchis purpurea: sensualità ed inganno del mondo vegetale

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Bellezza raffinata, mistero, amore carnale e seduzione maliziosa, da sempre alle orchidee è stato assegnato un posto d’onore nella cultura e nella farmacopea popolare.  Le antiche civiltà del Mediterraneo le annoveravano tra i più potenti afrodisiaci e nel Medioevo erano l’ingrediente essenziale dei filtri amorosi. I poètes maudits le esaltarono per la forma insolita e complessa del fiore, fallace ed evocativa proprio come una femme fatale. Non a caso Oscar Wilde nel suo “Ritratto di Dorian Gray” scrisse: “Ieri colsi un’orchidea per mettermela all’occhiello; era una mirabile cosa, tutta macchiata, efficace come i sette peccati mortali.”

L’Orchis purpurea Huds. (Orchide maggiore, Orchide purpurea) appartiene alla famiglia delle Orchidaceae. Questa famiglia di piante monocotiledoni è la più ricca di specie al mondo: oltre 20.000 specie, diffuse principalmente nelle regioni tropicali del globo, che costituiscono il 10% di tutte le Angiosperme sono la prova inconfutabile di un eccellente processo evolutivo. E la chiave del loro successo è tutta nel fiore.

Il fiore di un’orchidea attira solo un messaggero (insetto pronubo), in tal modo il polline non rischia di mescolarsi con quello di altre piante e di conseguenza le probabilità di fecondazione aumentano. Inoltre il polline delle orchidee è diverso da quello delle altre piante da fiore, non si disperde perché viene consegnato in una singola massa, tuttavia il rischio di fallimento è maggiore…un buon motivo per ingannare gli insetti! La complessità della corolla delle orchidee è finalizzata a riprodurre le forme di insetti femmina, inoltre speciali ghiandole poste sul fiore liberano nell’aria quantità enormi di feromoni sessuali femminili che attirano gli ignari insetti maschi. Questi ultimi, guidati dai feromoni femminili e ingannati dalle fattezze dei petali, iniziano a riprodursi con il fiore che così consegna il pacchetto di polline sul corpo dell’insetto tradito. Quando l’insetto capisce la trappola vola via, ma sarà subito attratto dai feromoni di un’altra orchidea della stessa specie che riceverà il nuovo polline, consegnando il suo con il medesimo inganno.

Il genere Orchis, che dà il nome all’intera famiglia, è sicuramente uno dei più importanti. I caratteri comuni del genere sono: la presenza di tuberi globosi e ovoidi; le foglie basali da lineari ad oblunghe a lanceolate; le cauline assenti o se presenti, poche e ridotte. Brattee membranacee, di solito più corte dell’ovario; spighe più o meno dense; sepali e petali spesso conniventi o patenti, questi ultimi sempre minori dei sepali; labello verso il basso, da intero a trilobo a diviso; colori dal rosa al giallo, rosso e violaceo; speroni più o meno lunghi; ginostemio corto con antere ellittiche. Il genere è distribuito su un ampio areale, che oltre all’Europa e alle coste del Mediterraneo, raggiunge l’Iran e la Mongolia.

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Orchis purpurea Huds nei pressi di Chieti. La specie vegeta spontaneamente in radure prati e pascoli.

L’etimologia del genere Orchis deriva dal greco “Orchis”, “testicolo” poiché la particolare forma del sistema radicale, composto da due bulbi ovoidi, ricorda l’apparato riproduttore maschile. L’epiteto specifico fa riferimento al colore purpureo dello scapo fiorale. La paternità del nome generico si attribuisce a Teofrasto (371-286 a.C.) il quale ravvisava in questa curiosa analogia morfologica la prova delle reali potenzialità curative delle Orchidee. Dello stesso avviso era Dioscoride (40-90 d.C.) che sottolineava l’importanza di queste piante nel trattamento di varie disfunzioni sessuali sia in ambito maschile che femminile (Di Massimo, 2005). Proprio per la particolare morfologia della parte ipogea, l’orchidea è considerata da sempre una pianta afrodisiaca e foriera di fecondità (Lapucci & Antoni, 2016).

Da un punto di vista morfologico l’Orchis purpurea è una Geofita bulbosa (G bulb) erbacea alta da 30 a 80 cm (talvolta 100 cm), molto vistosa, con scapo eretto, nudo, e robusto. Presenta sfumature color porpora nella porzione superiore. Le radici sono costituite da due rizotuberi subglobosi e ovoidi. Le foglie sono riunite in rosette basali e misurano 2-8 x 6-15(30) cm, sono oblunghe e con la pagina superiore verde lucente, le più interne strette e avvolgenti il fusto mentre le superiori patenti e sub-erette. Le brattee sono di circa 1 cm, acute e di color violaceo. La spiga è densa, multiflora cilindrica, ovoide (4-6 x 5-20 cm). I fiori presentano sepali ovati ad apice più o meno acuto, conniventi a formare un casco rosso-bruno all’esterno e verdastro all’interno. Il labello è trilobato con colorazione che varia dal bianco al roseo (verso i bordi). Presenta una punteggiatura formata da ciuffi di peli purpurei. Il lobo centrale è di forma triangolare con bordo dentellato o crenato, diviso all’apice in due lobi ampi, a volte con un dentino centrale. I lobi laterali sono più lineari e divergenti. Lo sperone rosa è ricurvo verso il basso e misura meno della metà dell’ovario. Le antere sono porporine e presentano logge parallele. L’ovario è sessile e subcilindrico. Il frutto è una capsula oblunga, a 6 coste di 14-18 x 4-6 mm, contenente numerosi semi piani molto piccoli. L’antesi va da aprile a maggio.

La presenza di due tuberi separati è frutto di un’eccezionale sistema di sopravvivenza messo in atto dalla pianta. L’orchidea trae nutrimento da un solo tubero per volta in modo da conservare l’altro, che nel contempo accumula energie, quando quello dell’anno in corso sarà esausto, avendo sostenuto l’impegnativa fioritura.

L’Orchidea purpurea cresce ai margini di radure, in prati, pascoli e macchie non troppo umidi. Ha tendenza mesoxerofila e neutrocalcicola. È diffusa in tutta la penisola ma ancora incerta in Sicilia. Vegeta dai 0 ai 1350 m s.l.m. Il tipo corologico è Eurasiatico (in senso stretto, dall’Europa al Giappone) e Europeo (areale europeo).

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Particolare del fiore, si noti la peluria violetta sul labello trilobo.

Dal punto di vista officinale e alimentare dai tuberi di numerose specie di orchidee (Orchis mascula, Anacamptis morio, Dactylorhiza maculata, Orchis militaris, Neotinea ustulata, Anacamptis pyramidalis, etc.) si ricava, da tempi immemori, una farina alimentare chiamata salep (dalla parola araba “sahlap”,“testicoli di volpe”), apprezzata e utilizzata soprattutto in oriente. In autunno si raccolgono i tuberi, inodori e dal sapore mucillagginoso e amarognolo che vengono sbollentati per pochi minuti e privati della pellicola bruna esterna. Successivamente si essiccano al sole su una tela oppure in forno e resi in polvere. Miscelando 1 parte di farina di salep con 50 parti di acqua bollente, si ottiene una gelatina molto densa: questa caratteristica differenzia i tuberi di orchidee da quelli velenosi dei colchici (Colchicum spp.). Le indagini biochimiche hanno accertato che i tuberi contengono circa 50% di sostanze mucillagginose, 27% di amido, 5% di zuccheri, 5% di sostanze proteiche, basse percentuali di sali minerali e lipidi e tracce di cumarina che vengono inattivate con l’essiccazione. Il salep era indicato contro le infiammazioni del tubo gastro-enterico per le proprietà antidiarroiche, emollienti e rinfrescanti e vengono utilizzati come aiuto per la convalescenza, l’affaticamento e l’impotenza. In Turchia e in altri paesi orientali, la farina di salep viene ancora impiegata per realizzare un particolare gelato, il “salep dondurma”, e una bevanda calda che prende proprio il nome di “salep”, a base di zucchero, latte e cannella. In Grecia si usa ancora oggi per preparare bibite rinfrescanti mentre nelle campagne russe era usato come alimento.

Come già anticipato il fascino delle orchidee ha solleticato le fantasie di cantastorie, scrittori e poeti durante tutta la storia dell’uomo per cui vi è un vastissimo repertorio di leggende su queste piante. Noi abbiamo selezionato per voi lettori una leggenda greca.

Si narra che Orchide, un bellissimo giovinetto dell’Epiro, maturò improvvisamente due seni prosperosi durante l’adolescenza. Con la crescita le forme del suo corpo divennero sempre più sinuose e femminili, tant’è che lui stesso non riusciva a distinguere più il proprio sesso. La sua androginia non si limitava soltanto all’aspetto fisico, ma anche a quello interiore: a volte si comportava come una ninfa schiva e timida, altre volte era aggressivo e lussurioso come un satiro. Ciò indusse maschi e femmine ad evitarlo poiché spaventanti dalla sua diversità. Sentendosi afflitto ed incompreso, oppresso dalla solitudine, Orchide si suicidò gettandosi da una rupe e sfracellandosi su un prato. Qui, dal suo sangue, spuntarono numerosi fiori, tutti differenti ma allo stesso tempo simili nella sensualità delle forme: alcuni alludevano agli organi riproduttivi maschili, altri ai femminili, altri ancora a entrambi. Fu così che presero il nome di orchidee, ovvero, i fiori di Orchide. Per questo, gli efebi ateniesi, vestiti di candide vesti, solevano cantare lodi agli dei con la fronte incoronata di orchidee. I Greci chiamavano le orchidee anche Kosmosàndalon, ovvero “sandalo del mondo”, per la particolare forma del labello rigonfio, caratteristica che si riscontra in molte specie dell’area mediterranea, che le fa assomigliare alla punta di una scarpetta.

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Paricolare dell’infiorescenza a spiga. I Greci chiamavano le orchidee Kosmosàndalon poichè il fiore riproducea la forma di una scarpetta.

L’utilizzo delle orchidee per la cura della sterilità viene riportato da Dioscoride in “de materia medica”, un trattato di botanica e medicina del I secolo d.C. Secondo il celebre medico, queste piante veniva utilizzata per determinare il sesso dei nascituri: se l’uomo mangiava il tubero più grosso, allora sarebbero nati maschi, se la donna si nutriva del tubero più piccolo, si trattava di femmine. Già nell’antica Cina, si utilizzavano le orchidee, associate alle feste primaverili, per allontanare le influenze nefaste e per favore la fertilità. Nel Medioevo, queste piante mantengono le loro proprietà fecondatrici, tant’è che venivano utilizzate per fatture, filtri ed elisir d’amore o poste in amuleti per allontanare il malocchio e l’impotenza.

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In questa foto sono ben visibili il labello, il casco e il ginostemio

In Abruzzo l’uso delle orchidee è associato ai riti magici: a Pietracamela, tuttora, si usa il termine scuncòrdije (discordia) per indicare diverse specie di orchidee spontanee, in particolare Anacamptis morio (Orchide minore) e Orchis purpurea (Manzi, 2003). L’origine del nome ci viene rivelata dal Finamore (1889), che ci spiega come i termini scuncòrdije e cuncòrdije (discordia e concordia), vengano utilizzati dalla tradizione popolare per indicare diverse specie di orchidee. Ciò fa riferimento al particolare apparato radicale: le piante con radici divergenti erano capaci di causare discordia tra le persone a cui venivano somministrate segretamente, mentre quelle a radici convergenti donerebbero concordia tra chi le consuma (Manzi, 2003).

Per chi volesse approfondire la conoscenza delle orchidee spontanee italiane, vi rimandiamo alla pagina ufficiale del G.I.R.O.S. –  Gruppo Italiano per la Ricerca sulle Orchidee Spontanee http://www.giros.it/

IMPORTANTE: Si ricorda che le specie appartenenti alla famiglia delle Orchidacee presenti nel territorio italiano sono protette da normativa nazionale ed internazionale. Rientrano tutte nell’allegato I della convenzione di Washington del 1973 (CITES) che regola il commercio delle specie di flora selvatica minacciata di estinzione. Non vanno quindi assolutamente raccolte, estirpate, ecc. Inoltre, nell’Unione Europea è vietato il commercio della farina di salep, a causa dell’eccessiva raccolta di orchidee spontanee nei paesi di origine.


ATTENZIONE: Le applicazioni farmaceutiche e gli usi officinali e sono riportati per puro scopo informativo, pertanto declino ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, alimentare o estetico.


Bibliografia e sitografia:

Cattabiani A., 1998. Florario: Miti, leggende e simboli di fiori e piante. ArnoldoMondadori Editore, Milano.

Conti F., Abbate G., Alessandrini A., Blasi C. (a cura di), 2005. An annotated checklist of the Italian vascular flora, Palombi Editore.

Da Legnano L.P., 1973. Le piante medicinali. Roma.

Di Massimo S., Di Massimo M., 2005. Planta medica, le erbe officinali tra scienza e tradizioni. I quaderni dell’ambiente N°19.

Farmacopea ufficiale del regno d’Italia, Direzione generale della sanità pubblica, 1909. Italia.

Lapucci C., Antoni A.M., 2016. La simbologia delle piante. Sarnus editore. Firenze.

Lastoria M., 1988. Orchidee in Abruzzo. Edizioni Deltagrafica, Teramo.

Liverani P., 1991. Orchidee: specie spontanee. Edisar. Cagliari.

Manzi A. 2003. Piante sacre e magiche in Abruzzo. Lanciano (CH).

Pignatti S., 1982. Flora d’Italia. Bologna.

Selezione del Reader’s Digest, 1979. Segreti e virtù delle piante medicinali, edito da Selezione Reader’s Digest. Milano

Selezione del Reader’s digest, 1983. Guida pratica ai fiori spontanei in Italia. Edito da Selezione Reader’s Digest. Milano.

Viola S., 1975. Piante medicinali e velenose della flora italiana. Novara

“Orchis purpurea Huds. – Orchide maggiore”. In Acta Plantarum, Forum.  http://www.actaplantarum.org/floraitaliae/viewtopic.php?f=95&t=3550

http://www.orchids.it/2012/08/01/orchis-mascula-usata-per-fare-il-famoso-gelato-salep-dondurma/

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